Capitolo cinque – Rìco

Rìco arrivò due giorni dopo. Andrea andò a prenderlo in aeroporto, io preferii restare a casa.

Il giorno precedente avevo scovato una piccola libreria proprio in fondo alla strada che percorrevo ogni giorno: incredibile che non l’avessi mai notata. Sembrava quasi abbandonata, la luce del sole filtrava a stento dalle uniche due finestrelle sporche che davano sulla strada. Non era molto fornita e vendeva per lo più libri usati. Quasi non notai il proprietario: un uomo minuto e decisamente in là con gli anni. Sedeva immobile su un piccolo sgabello, chino su un tavolo di legno scuro, ed esaminava un grosso tomo dietro doppi occhialetti a mezzaluna. Sembrava esser parte integrante dell’arredo: vecchio e polveroso come i libri e gli scaffali, ed il suo viso era.. antico. Non trovai termine più adatto. Antico. La pelle delle mani era grinzosa come se fosse fatta di carta anch’essa.

Mi accolse con un cenno della testa ed un sorriso, e mi disse di chiamarlo se avessi avuto bisogno. Iniziai a girare per gli scaffali esaminando libri a caso. Alcuni  titoli li conoscevo bene, c’erano moltissimi classici e libri di poesie. Ero rapita da quei disordinati cumuli di volumi sparsi un po’ ovunque, dall’odore di carta e inchiostro.

Ho sempre amato le librerie.

Il tempo sembrava non passare lì dentro: non ricordo per quanto ci rimasi, pochi minuti, forse delle ore. Alla fine scelsi una vecchia copia in lingua originale di “Cien sonetos de amor” di Pablo Neruda, uno dei miei autori preferiti. Pagai, e andai via. Decisi però che ci sarei tornata il prima possibile. Magari ci avrei portato anche Andrea.

Quel giorno ero quindi assorta nel mio ultimo acquisto: armata di vocabolario, cercavo di tradurre come potevo quelle meravigliose poesie. Anche se, in linea di massima, le conoscevo praticamente tutte, con lo spagnolo stavo comunque facendo progressi. Avevo quasi timore di toccare quelle pagine consunte ed ingiallite dal tempo, mi limitavo a sfiorarle delicatamente con le dita mentre annotavo le frasi più belle sul Moleskine.

Ero arrivata al sonetto XII, uno dei miei preferiti, quando Andrea tornò a casa.

Con Rìco.

La prima cosa che mi venne in mente osservandolo, fu senza dubbio questa: Andrea ci aveva preso in pieno. Rìco sembrava il classico tipo bello e dannato, con quell’aria affranta da cucciolo abbandonato alla spasmodica ricerca di attenzioni che quando però ne vede arrivar una di troppo si spaventa e scappa via, di solito immediatamente dopo la frase “tu sei troppo per me, sono io il problema, non sei tu”. Insomma, il tipo di caso umano con cui ci ricascavo sempre.

Ma confidavo nel fatto d’esser cresciuta, maturata, d’esser diventata un po’ meno cretina.

Presi comunque mentalmente nota di stargli lontana il più possibile. Mi ero detta, nella vita non si sa mai.

Mi alzai controvoglia dal divano cercando di non rovesciare i fogli per terra e raggiunsi i due ragazzi all’ingresso.

“Piccola, ti presento Rìco. Rìco, Nina.”

“Piacere di conoscerti! Andrea mi ha parlato molto di te.” Disse con un perfetto accento italiano, sorridendo mentre mi stringeva la mano.

Una stretta goffa, ma forte. Un tatuaggio sull’avambraccio, appena visibile sotto la manica arrotolata della camicia. Non aveva valigie con sé, soltanto un grosso zaino e la macchina fotografica appesa al collo.

Gli sorrisi di rimando, fissandolo. Andrea ovviamente s’intromise subito.

“Perfetto, le presentazioni sono andate, va a sistemarti, dai, che stasera usciamo. Pure te, metti qualcosa di decente.” disse indicando con non troppo velata disapprovazione i miei pantaloncini evidentemente troppo corti.

Grugnii qualcosa e andai a cambiarmi in camera sua. Un’ora e mezza dopo eravamo al locale dove lavorava Andrea. Rìco ci abbandonò quasi immediatamente per alcuni vecchi amici che aveva incontrato lì. Io rimasi al bancone con Andrea. Era una serata piuttosto tranquilla ed il locale non era molto affollato, ma Andrea era comunque costretto a mollarmi di tanto in tanto, per un cliente o qualche amico.

Un’ora dopo iniziavo seriamente ad annoiarmi: avrei preferito restare a casa con le mie poesie. Presi la borsa, salutai Andrea e mi diressi verso l’uscita.

A due passi dall’ingresso, qualcuno mi prese per un braccio. Ero già pronta a colpire con l’altra mano, quando mi accorsi che era Rìco.

“Hei!” dissi, liberandomi.

“Dove stavi andando?” Sembrava impacciato. Era appoggiato al muro con una sigaretta tra le labbra e giocherellava con l’accendino: decisamente carino.

“Torno a casa, Andrea è impegnato ed io mi annoio.”

“Ti va di accompagnarmi in un posto?”

No, assolutamente no, dì di no. No. “Okay.” Cretina.

Camminava piano accanto a me attento a non sfiorarmi. Non riuscivo a capire se fosse davvero così timido o se stava magistralmente recitando una parte.

“Ahm.. dov’è che andiamo?” chiesi sbirciando verso di lui.

“Camera oscura. Devo sviluppare alcune fotografie.”

“Non è un po’ tardi?”

“Nah. E’ di un amico, a pochi passi dalla spiaggia, nel suo seminterrato. Ho le chiavi.”

Okay, il campanello d’allarme doveva suonare alla parola “seminterrato”, ma non suonò.

Andrea mi avrebbe ammazzata, ma preferii non pensare neppure a quello.

Entrammo nell’appartamento buio, proprio di fronte alla spiaggia. Al seminterrato si accedeva da un ingresso laterale, sul retro della casa. Era buio pesto lì dentro, ed inciampai in qualcosa di indefinito. Rìco mi tenne su afferrandomi per le braccia.

“Stai attenta. Aspetta qui, vado ad accendere la luce.”

Qualche secondo dopo la stanza si illuminò di una cupa luce rossa. Era davvero grande, molto più di quel che pensavo. C’erano almeno una cinquantina di foto appese al muro e fissate con piccole mollette su bianchi fili che pendevano sulle nostre teste, quattro vaschette, timer e termometri, bottiglie, prodotti chimici e altri svariati oggetti di cui ignoravo la funzione.

Mi fece sedere su un alto sgabello e si mise all’opera. Dieci minuti dopo ero sicura che avesse completamente dimenticato ch’ero lì. D’altro canto non osavo disturbarlo, concentrato com’era. Anzi, ero affascinata dai suoi movimenti, dal modo in cui afferrava delicatamente con le pinze la carta fotografica, come fosse fatta di porcellana fragilissima. Era come una danza.

Dopo un po’ iniziai ad osservar meglio le fotografie sul muro.

Erano per lo più ritratti. Ce n’era qualcuna che ritraeva dettagli di nudo: seni, cosce, sederi, schiene. Nessun paesaggio. Erano tutte meravigliose, i primi piani in special modo: i soggetti, i loro occhi soprattutto, sembrano esser vivi.

Mi sentì improvvisamente inquieta.

Con un colpo di tosse attirai l’attenzione di Rìco, che finalmente si voltò verso di me.

“Allora..ti piacciono?”  Sembrava di nuovo incredibilmente timido.

“Sono stupende Rìco! Le hai fatte tutte tu? Sono meravigliose, davvero.”

Un sorriso gli illuminò il viso. “Si, queste sono le mie. Emilio le sviluppa soltanto, è il suo lavoro. Ma mi lascia venire qui quando mi pare” disse, alzando le spalle.

“Oh. Capisco.” Dialogare con Rìco era davvero difficile.

“Beh, se hai finito..torniamo a casa, che dici?”

“Giusto. Si, certo. Dammi due minuti.”

Il tempo di sistemare le ultime fotografie ed eravamo fuori.

Ero leggermente delusa. Ripetevo a me stessa che era meglio così, che non aveva secondi fini dopotutto, che Andrea alla fine non m’avrebbe ammazzata, ma la vocina nella mia testa insisteva: “ma perché non ci ha provato?”. Noi donne, quanto ce la complichiamo la vita.

Il tragitto verso casa fu silenzioso. Nella mia testa il dibattito persisteva, ma non dissi una parola. Lui fece lo stesso. A pochi passi da casa, si fermò. Pensai avesse dimenticato qualcosa nell’appartamento, feci per avvicinarmi ma lui fu più veloce.

Mi sfiorò il braccio, il viso a mezzo centimetro dal mio. Con una mano mi sfiorò una guancia, appoggiò due dita sulle mie labbra, ne disegnò il contorno, poi piano, pianissimo, le sfiorò con le sue. Su e giù. Mi diede un bacio leggero, poi finalmente si allontanò.

“Beh, buonanotte” disse con un sorriso, precedendomi verso casa. Lo seguii, trascinandomi quasi per inerzia. Ero completamente frastornata.

Cosa cavolo è appena successo?, mi chiesi.

Andrea stavolta t’ammazza sicuro, rispose la voce nella mia testa.

 

(continua…)

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