Capitolo due – Angelo

“Non fidarti mai degli scrittori, sono sempre altrove”

 

La Spagna generalmente è un luogo per anime antiche. Qui puoi fingere di essere chiunque, in qualunque epoca.

Ero a Sitges da circa dieci giorni e avevo già inaugurato alcune piccole abitudini, come la passeggiata sul lungomare di primo mattino.

Da Andrea mi trovavo benissimo, la casa era sempre piena di persone così meravigliosamente diverse tra loro, per lingua, colore, pensiero… e poi vino, e chitarre, e musica, ed era bellissimo. O almeno, lo era quasi sempre. Dopo dieci giorni si era risvegliata l’esigenza di avere degli spazi tutti miei. Andrea rincasava con un ragazzo diverso ogni sera, di solito all’alba, e concentrarsi con lui in quelle condizioni era impossibile.

“Andrè, esco!”.

Saluto imbarazzato al tizio di turno. Andrea biascica qualcosa che non capisco.

Finalmente sola.

L’aria fredda e frizzante, la brezza marina, la sabbia granulosa sotto i piedi… un vero toccasana. Il panorama delle case bianche al sorgere del sole era poi qualcosa di unico. A quell’ora di anime in giro ce n’erano pochissime: decisamente meglio. Passeggiavo scattando fotografie al panorama, ai gabbiani, alle palme, ai pochi coraggiosi che facevano jogging a quell’ora. Esaurita la voglia di scattare, sedevo sulla solita panchina, alla fine del lungomare, leggermente isolata… perfetta; e scrivevo, anche per ore. Il vento capriccioso dell’alba tra i capelli, fogli di carta sparsi qua e là.

Quel luogo era un’ispirazione continua.

Qualcuno una volta mi ha detto: non fidarti mai degli scrittori, sono sempre altrove. L’ho capito stando lì.

Ogni sguardo ricambiato diventava una storia d’amore. Che puntualmente finiva in tragedia. Mi prende così.

C’era un uomo anziano seduto da solo sulla panchina di fianco alla mia. Veniva a sedersi lì quasi tutti i giorni, restava in silenzio, di tanto in tanto regalava briciole di pane ai gabbiani. Aveva gli occhi tristi e guardava il mare.

Mi piaceva immaginare la sua storia.

L’avevo chiamato Angelo.

Angelo aveva amato una sola donna per tutta la vita, Maria. Si erano conosciuti a diciassette anni: era stato amore a prima vista. Lei era stata la sua prima volta. Lui le portava fiori, lei gli leggeva poesie, si scrivevano lettere, passeggiavano sulla riva di quello stesso mare, si sfioravano le mani su quella stessa panchina.

Poi la guerra li aveva separati.

Continuarono a scriversi una lettera al giorno per quasi due anni. Lettere d’amore, inchiostro sbavato di lacrime, passione, ardore, speranza.

Poi, un giorno di fine marzo, lei smise.

La sua ultima lettera era fredda, sterile, l’ardore di un tempo solo un vago ricordo. Gli disse soltanto che quella sarebbe stata l’ultima volta che gli scriveva, che stava per sposare un altro uomo e che lui non avrebbe più dovuto cercarla. Era stanca di aspettarlo, aveva paura.. l’amore non bastava più.

Stava sposando un uomo che non amava pur di non restare sola. Sull’ultima parola, “addio“, le era sfuggita una lacrima che aveva rigato il foglio.

Fu un matrimonio felice e senza amore. Lui era un brav’uomo, morì in un incidente dopo ventidue anni di allegre finzioni. Maria pianse per lui.

Angelo tornò dalla guerra ferito e arrabbiato. Cercò Maria, ma si era trasferita.

Si rividero per caso in un giorno d’estate, quarant’anni dopo, proprio su quella spiaggia. Rimasero seduti su una panchina, proprio quella, a parlare per ore. Due ragazzini che discutevano d’amore e poesie, della vita che avrebbero voluto, di ogni gioia ed ogni rimpianto. Come se il tempo non fosse mai trascorso. Avevano circa sessant’anni e la voglia di amarsi ancora.

Trascorsero insieme un anno meraviglioso.

Poi Maria se ne andò.

Aveva un tumore al quarto stadio e non lo aveva detto ad Angelo.

Se ne andò una sera di novembre, col sorriso sulle labbra ed il cuore finalmente al posto giusto.

Angelo torna sulla spiaggia ogni giorno perché sa che Maria è rimasta lì. Guarda il mare, ha gli occhi tristi, ma di tanto in tanto sorride.

Ecco, a me prende così.

A chi mi ha detto che degli scrittori non ci si può fidare, aggiungerei: non fidarti mai neppure dei romantici.

7 Comments

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  1. pensavo di lasciarti un commento solo alla fine, ma questo capitolo mi è piaciuto un sacco, da “non fidarti mai degli scrittori, sono sempre altrove” a “non fidarti neppure dei romantici”, più tutto quello che c’è in mezzo, Angelo in primis.
    ml

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