Annotazioni, Preludio pt. 2

Abitavamo in un monolocale piccolissimo al quinto piano di un vecchio palazzo.

Una cucina microscopica, il bagno, un tavolino con tre sedie e pochi mobili.

Solo il letto l’hai voluto enorme, due piazze e mezzo al centro della stanza.

“Voglio vivere su questo letto per il resto della nostra vita, non ci serve altro”, dicevi, e ti credevo.

Hai scelto quel monolocale per l’unica finestra che c’era. Una di quelle vecchie finestre in legno, la vernice scrostata dal tempo. Un’anta era completamente andata, l’altra si apriva a metà. “Mi ricorda te”, dicevi, “è antica come la tua anima, e ci si vede il mare. Quando te ne andrai e non potrò più vederlo nei tuoi occhi, mi basterà affacciarmi qui”.

E ti credevo.

E ti giuravo che mai, mai e poi mai sarei andata via.

Ero convinta ci saremmo stufati presto l’uno dell’altra in un posto così piccolo, che avremmo avuto bisogno dei nostri spazi, ma nonostante tutto riuscivamo a convivere bene.

Io scrivevo soltanto di notte, tu disegnavi fino all’alba. Potevamo star zitti per due giorni consecutivi senza nemmeno rendercene conto, “tanto prima o poi ci ritroviamo a letto”, dicevi.

Fare l’amore con te era un’esperienza diversa ogni volta. Quanti volti, quanti sorrisi, quante mani avevi.

Ed io amavo ogni versione di te.

Quella dolce, quella incazzata, sensuale, violenta, romantica, paranoica.

Amavo le volte in cui mi svegliavi alle sei del pomeriggio con la colazione a letto, quando protestavo ch’era quasi ora di cena e mi dicevi “il tempo è relativo, l’unico dovere che abbiamo è renderci felici”.

O le volte in cui uscivi all’alba in fretta e furia per andare a scattare qualche foto e al mio risveglio trovavo sempre un fiore sul cuscino e un biglietto con su scritto “pensami”.

Amavo pure certi litigi, quelli in cui ci gettavamo in faccia cattiverie e delusioni, e tutte le stronzate e le disattenzioni ed ogni insofferenza, e ti odiavo da morire e poi tornavo ad amarti.

Mi hai svuotata e riempita di nuovo, fatta a pezzi e ricostruita.

Mi hai scavato la pelle, le ossa, il cuore e i pensieri.

Plasmata.

Di te amavo soprattutto il cinismo romantico, così chiamavo il tuo modo di vedere il mondo.

Disilluso dal profondo e profondamente avido di vita, coesistevano in te due realtà teoricamente in disaccordo, ma nella pratica eri poesia.

Tu avevi il cuore al posto della testa, il mio invece lo tenevo in tasca.

“Dovresti rimettere il cuore al proprio posto invece di tirarlo fuori a convenienza”, dicevi,

e alla fine, vedi, nessuno dei due l’aveva in fondo al posto giusto.

“Devi smettere di analizzare ed iniziare a sentire, cosa cazzo etichetti a fare il mondo, il mondo si vive. Pure se è ‘na mmerda.”

Dicevi, e non ci credevo.

Solo adesso l’ho capito.

 

(Continua…)

artist: Maniaco d’amore

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